A. semu tutti devoti tutti?

anno 2009 durata 75'

VINCITORE DEL PREMIO DANZA&DANZA 2009 MIGLIOR SPETTACOLO ITALIANO

6 – 10 febbraio 2019 – RIPRESA DELLO SPETTACOLO per il progetto ANTOLOGIA, a 10 anni di distanza dal debutto
progetto in coproduzione con il Teatro Stabile di Catania

3° tappa dal progetto “re-mapping Sicily”

 

Coreografia, regia , scene e luci  : Roberto Zappalà
Musica originale (eseguita dal vivo): Puccio Castrogiovanni (I Lautari)
Carmen Consoli ascolta, approva e poi sconvolge le corde della sua chitarra
Costumi : Marella Ferrera e Roberto Zappalà
Drammaturgia: Nello Calabrò e Roberto Zappalà
Testi : Nello Calabrò
Realizzazione scene e costumi e assistenza: Debora Privitera

Interpretazione e collaborazione:

Danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Akos Dòzsa, Samantha Franchini, Salvatore Romania, Fernando Roldan Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta
Musicisti : Salvo Dub, basso | Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica | Salvo Farruggio, percussioni | Peppe Nicotra, chitarre

Foto: Gianmaria Musarra

Una produzione
compagnia zappalà danza – Teatro Massimo Bellini di Catania – Scenario Pubblico – steptext dance project (ger)

in collaborazione con Teatro Stabile di Catania


La compagnia è sostenuta da Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Regione Siciliana Ass.to al Turismo

prima assoluta: 23 gennaio 2009 Scenario Pubblico. Per TE.ST Teatro Stabile Catania

Immaginare, concepire e costruire uno spettacolo su S. Agata, la sua immensa processione e festa a Catania, (fra le più grandi dell’intero mondo cristiano/cattolico) oltre a proporre un’identificazione città /popolo/ santa che trova appunto a Catania uno dei luoghi al mondo dove questo avviene in maniera inestricabile, è volere, più di ogni altra cosa, indagare a fondo un aspetto fondamentale dell’oggi. Il rapporto che si ha con il sacro, la religione, la religiosità. E Agata, una santa, la cui immagine devozionale, (le tenaglie, i seni straziati), in bilico fra erotismo e sadismo splatter, tra le più immediatamente riconoscibili di tutta l’iconografia religiosa cattolica, è “solo” un punto di partenza. Si utilizza un apparato iconografico tradizionale per farlo sposare con il moderno, con la contemporaneità, per dare origine a contrasti e cortocircuiti; per proporre nello scenario arcaico e contemporaneo della festa religiosa le contraddizioni di un mondo dove a essere “straziati”, non sono solo i seni ma intere tipologie umane e concettuali.

Se lo spettacolo non può avere l’ambizione e la capacità dell’Aleph borgesiano di “… contenere tutti i punti … tutti i luoghi …, visti da tutti gli angoli”, ha senz’altro quella di dare, attraverso e partendo da Agata, figura storica e mito, festa religiosa e di popolo, teatro della devozione e della finzione, luogo d’amore e di furore, spazio del riscatto e dello sfruttamento, palcoscenico dove l’individuo si perde (beatamente?) nella massa, uno sguardo profondo e rivelatore su quello che ci fa essere, nel bene e nel male, quello che siamo, che siamo stati, che rischiamo di essere.
La missione: A. nasce dalla necessità, sofferta, e a lungo rimandata, per timore e pudore artistico, non religioso, di affrontare una serie di nodi cruciali riguardanti il vivere in una comunità e l’esserne parte integrante; di indagare e sviscerare il sentimento di appartenenza che una società secolarizzata e medializzata prova verso dio, la religione, il trascendente. Un rapporto che si configura in due aspetti opposti e complementari; quello privato e quello pubblico, due facce della medaglia di un’ambiguità fondamentale che non è possibile chiarire. Come se il credente (siciliano e non) fosse condannato a questo paradosso: rendere pubblico il proprio fervore mistico, la propria devozione come l’unico modo di manifestare la propria religiosità, ma così facendo rischiare di snaturarla o addirittura di cancellarla. Non si poteva, quindi, tralasciare in un progetto come re-mapping sicily – percorso che Roberto Zappalà ha intrapreso diversi anni addietro con l’intenzione di rileggere la Sicilia attraverso il suo linguaggio scenico – l’aspetto della religiosità popolare, un apparato che nell’isola e in Italia diventa cartina di tornasole per quasi tutto, un teatro d’operazioni che investe e riassume, facendoli esplodere, tutti gli aspetti che interessano l’appartenenza ad una collettività.