PATRIA

anno 2013 durata 60'

PATRIA
un bisogno che si sposta

(già ANTICORPI del 2013)

(terzo step della nuova produzione 2013 “Sudvirus”)
progetto di Roberto Zappalà
da un’’idea di Nello Calabrò e Roberto Zappalà
coreografie Roberto Zappalà
si ringraziano i danzatori per la preziosa collaborazione alla costruzione
danzatori Gaetano Badalamenti, Maud de la Purification, Alain El Sakhawi, Roberto Provenzano, Fernando Roldan Ferrer, Ilenia Romano, Valeria Zampardi
costumi Roberto Zappalà
assistenti alle coreografie Daniela Bendini e Paola Valenti
musiche varie (Franz Joseph Hayds, Matthew Herbert, Antonio Vivaldi, Niccolò Paganini, Ludwig Van Beethiven, Johann Sebastian Bach) –
montaggio del suono Salvo Noto
foto Alfredo Anceschi
una produzione Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza-Centro di Produzione della Danza
il progetto Sudvirus é stato realizzato in collaborazione con GoteborgsOperan Danskompani, Civitanova Danza/Amat e Fondazione Nazionale della Danza (Reggio Emilia)
con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e Regione Siciliana Ass.to al Turismo, Sport e Spettacolo

2013 – 2017, i quattro anni che separano le due date (della prima assoluta e della “nuova” versione) sono stati quelli necessari a Roberto Zappalà per operare una rilettura interna della sua creazione che da “Anticorpi” prende ora un nuovo titolo “Patria”. Zappalà cambia il titolo della sua opera per dare peso e rilevanza a quelle situazioni scenico/coreografiche già presenti, e così “rileggere” il concetto di patria alla luce della situazione attuale dove “globalizzazione e immigrazione fanno emergere tutta la fragilità delle democrazie e dei valori liberali, mentre spinte populistiche ne destabilizzano i fondamenti politici e sociali”.

Il linguaggio coreografico si sviluppa in una partitura convulsa e minuziosa con i danzatori della compagnia sul palcoscenico/vetrino che replicano e ritrasmettono l’apparente caoticità di virus microscopici; ma, come nella vita, il caos è organizzato e i danzatori si disperdono e si allontanano da un centro vorticoso per poi ritornarvi alla ricerca di un suolo/approdo che non è soltanto quello interno al palcoscenico ma anche il “soli” di un diritto ingiustamente negato. E, se in laboratorio spesso si utilizzano liquidi di contrasto per meglio scoprire e seguire nuovi percorsi della materia che si intende analizzare, allo stesso modo, in Patria, un preludio di Bach e uno scioglilingua siciliano ripetuto come un mantra si insinuano nel tessuto percussivo/ossessivo della musica elettronica per indicare nuovi percorsi estetici e narrativi. Una creazione sull’appartenenza declinata dal corpo/voce dei danzatori attraverso quelle manifestazioni assolute di appartenenza che sono gli inni; appartenenza che è inclusività e non a caso a quelli nazionali (italiano, francese e inglese) si contrappone l’Inno alla Gioia della Nona non solo come inno dell’Unione Europea ma soprattutto come espressione universale di fratellanza (“questo bacio vada al mondo intero” dice il testo di Schiller).

Un monito contro la “retorica nazionale” cosi come un’esortazione allo stare in guardia è lo scioglilingua dialettale, dove anche l’azione apparentemente più banale può avere, in una progressione all’apocalisse tipica delle comiche da due rulli di Laurel e Hardy, delle conseguenze catastrofiche. Un monito che ci riguarda tutti nel nostro agire quotidiano, ed un’esortazione a non dimenticare il finale de “Le città invisibili” di Calvino, sperando di riuscire sempre a distinguere nell’inferno/mondo che ci circonda “quello che inferno non è, e dargli spazio.”

In Patria, rispetto ad Anticorpi, si rafforza così l’aspetto del progetto originario ”Sudvirus” relativo all’appartenenza, trait-d’union con il progetto successivo del coreografo “Transiti Humanitatis”. Un’appartenenza che non è esclusività ma partecipazione, perché “patria” è una parola singolare ma che andrebbe sempre declinata al plurale. Così come “umanità”.
Perché, in qualche modo, siamo tutti esuli e “la patria non è un luogo fisico ma un bisogno che si sposta” ( Richard Sennett – “Lo straniero”)