LA GIARA

anno 2019 durata 40'

prima assoluta:
12 giugno 2019 Stagione di Opera&Balletto del Teatro Regio di Torino, con repliche sino al 22 giugno 2019

Creazione in atto unico liberamente ispirata all’omonima novella di Luigi Pirandello

Musica di Alfredo Casella
Regia, coreografia e scene Roberto Zappalà

Drammaturgia Nello Calabrò
Costumi Veronica Cornacchini e Roberto Zappalà

Orchestra e tenore del Teatro Regio Torino
Direttore d’orchestra Andrea Battistoni

Danzatori Compagnia Zappalà Danza

Nuovo allestimento Scenario Pubblico CZD – Centro Nazionale di Produzione della Danza
in collaborazione con il Teatro Regio di Torino
con il sostegno di MIBACT e Regione Siciliana Ass.to del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo

La giara non è più oggetto di scena per quanto fondamentale; la giara diventa la scena.
La giara oggetto si trasfigura in “La Giara” spettacolo.
La giara nella sua doppia qualità è nello stesso tempo la pancia all’interno della quale si svolge la creazione e la bocca dalla quale la si fruisce. Bocca che non parla, non vomita parole ma danza.
Giara come pancia/bocca, un segno doppio: la pancia è visceralità e la danza ne è il suo verbo attraverso la bocca.
La giara è una pancia, segno di un interno che accoglie, che protegge e che ripara.
La giara è il mediterraneo, la Sicilia che accoglie.
La giara come bocca è il cratere dell’Etna che periodicamente rigurgita le sue minacce di fuoco.
Nella giara pancia dove si immagazzina l’olio/liquido amniotico nasce il bambino; avviene il parto, la rottura della giara suggerisce un parto.
Il taglio obliquo che ci permette di vedere dentro la giara/pancia, segno netto e inesorabile, quasi come un taglio di Fontana, è anche il taglio del parto cesareo. Taglio cesareo che permette allo spettatore di vedere appunto lo spettacolo.
La giara/pancia come luogo dove si “vive” è per estensione la balena di Pinocchio e di Giona, dove si riesce a vivere adattandosi al nuovo ambiente.
La giara diventa così paradosso, segno di una contraddizione forse insanabile. Dentro la giara siamo tutti imprigionati ma al contempo è il luogo dove ci sentiamo protetti e al riparo; è “luogo” privilegiato da dove la visione del mondo è paradossalmente non limitata, ma più corretta e “precisa”, libera dai bruscolini della visione di ogni giorno. Per osservare e vedere il mondo senza impurità, come fosse la prima volta, bisogna osservarlo da un punto di vista nuovo. (Zi’Dima: “…Girate (la giara) fino a quando io non vedo negli occhi la luna…, … Quant’è bella questa luna, mi sembra un secolo che non la vedo…”.)
Solo in determinate condizioni si vede veramente e per farlo è necessario un punto di vista, un’angolazione diversa.
La pancia è quindi una prigione, ma una prigione non solo accettata ma anche dalla quale non si vuole più uscire; come se solo dentro la giara / prigione si potesse raggiungere la felicità. La giara è per Zi’Dima come la Fortezza di Parma per Fabrizio del Dongo.
La pancia è direttamente collegata alla bocca e la giara è la bocca del vulcano.  È l’Etna dispensatore di morte e distruzione e al contempo benefica madre che predispone il suolo alle future coltivazioni.
La giara è in definitiva come il palcoscenico nel monologo di Macbeth, al cui interno tutti viviamo nelle nostre contraddizioni.